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Ritiro Sociale

Il Ritiro Sociale e il fenomeno Hikikomori

Per la maggior parte di bambini e adolescenti l’esperienza spesso quotidiana di trascorrere del tempo con i coetanei dovrebbe essere piacevole e appagante. In realtà, per molti di loro proprio la stessa esperienza genera ansia, preoccupazione e addirittura angoscia, fino all’evitamento di qualsiasi contatto con l’altro. E sono proprio queste le emozioni che dominano i ragazzi che scelgono di non uscire di casa.

Il ritiro sociale si manifesta inizialmente con una certa ansia rispetto a quelle situazioni che prevedono il doversi relazionare con i coetanei, adulti o persone nuove.

L’ansia può manifestarsi anche in maniera anticipatoria, cioè solo pensiero di dover sostenere l’incontro con l’altro. Per esempio, al pensiero di dover andare a scuola al mattino dopo, doversi recare a una festa di compleanno o in pizzeria con gli amici. La strategia più frequente con cui essi provano a fronteggiare l’ansia e la rinuncia all’evento che la provoca. Ma di fatto, come si sentono questi ragazzi? Quali sono i loro pensieri? Sono bambini e adolescenti che hanno paura di essere giudicati negativamente durante l’interazione con gli altri o nello svolgimento di un’azione da compiere davanti agli altri come recitare, gareggiare o sostenere un’interrogazione. La paura del giudizio in questo tipo di situazioni si manifesta con segnali visibili a livello fisico quali rossore, tremori, sudorazione profusa e mancanza di respiro ma anche confusione mentale e disorientamento fino ad un vero e proprio blocco della parola.
Nei bambini più piccoli la paura di confrontarsi con gli altri a scuola o in contesti sportivi può esprimersi con pianti, aggressività verso i genitori da cui non vogliono separarsi, immobilizzazione fisica (freezing) prima di accedere a un luogo in cui sono stato sono presenti altri bambini o adulti non familiari.
Gli adolescenti, invece, utilizzano l’evitamento delle situazioni sociali, sempre per la paura del confronto.

È un fenomeno in aumento?

In Italia le cifre ufficiali ipotizzano circa che siano 120.000 i ritirati sociali con una prevalenza tra i maschi, anche se il numero delle femmine è in aumento. L’età media è intorno ai 15 anni, la durata dell’isolamento è di circa 3 anni. Nel post COVID-19 l’Osservatorio Nazionale Adolescenza nell’ultimo report di ottobre 2021 segnala come:
  • il 25% dei ragazzi compresi tra i 12 e i 18 anni abbia sperimentato nell'ultimo anno vissuti tristezza, apatia e demotivazione ascrivibili a quadri depressivi
  • il 20% ha sperimentato preoccupazioni, ansia e soprattutto tendenza all'isolamento e chiusura relazionale
  • la richiesta di aiuto per problematiche legate all'ansia il ritiro sociale è progressivamente aumentata nel tempo passando dal 15% delle richieste nel 2017 al 19 del 20% del 2019 fino al 25% registrato nel settembre 2021
Occorre dire che l’ansia e il ritiro sociale erano presenti tra gli adolescenti anche prima della pandemia che stiamo vivendo, come se fosse una sorta di disagio sommerso. Si manifestano con esplosioni di rabbia o in generale comportamenti dirompenti che possono richiamare l’attenzione di chi sta loro intorno. Si tratta di ragazzi chiusi, inibiti che cercano i loro spazi all’interno dell’ambiente familiare domestico. Dunque, non solo il ritiro sociale esisteva anche prima della fase pandemica, ma molto probabilmente i dati di cui disponiamo sottostimano l’ampiezza del fenomeno proprio per le caratteristiche appena descritte. Riguardo alla pandemia, invece, l’isolamento forzato, la didattica a distanza, le attività extrascolastiche assenti o limitate, la trasformazione dell’abitudine e delle modalità di relazionarsi con gli amici, hanno ridisegnato la sfera emotiva dei ragazzi alimentando molto probabilmente le loro già presenti ansie e preoccupazioni e facendo emergere ancora di più le vulnerabilità e le fragilità.

Il fenomeno Hikikomori

Solitamente si tende ad identificare il ritiro sociale con il fenomeno Hikikomori. Ciò fa sì che il ritiro sociale venga per lo più visto come una scelta volontaria e si sottovaluti come, in realtà, per molti ragazzi si tratta di una scelta obbligata che consegue alla sofferenza psicologica che provano. Hikikomori è un termine gergale giapponese che significa letteralmente “mettersi da parte”, derivante dalla parola biku che significa “tirarsi indietro” e komoru che significa “isolarsi”. Nella sua concettualizzazione più comune, l’Hikikomori viene definito come un desiderio ed una spinta all’isolamento fisico, continua nel tempo, che si manifesta come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche della società capitalistiche economicamente sviluppate.
Si intende sottolineare la tendenza degli Hikikomori a privarsi della cosiddetta “socialità diretta” ovvero di quelle forme di socialità che avvengono in presenza fisica e a privilegiare quelle “virtuali”. Infatti, eccetto i casi più gravi, una modalità relazionale viene sempre mantenuta dall’adolescente Hikikomori, che sia l’uso della chat scritta o quella dei videogame cooperativi che richiedono l’interazione online con partecipanti provenienti da tutto il mondo. Le cosiddette pressioni di realizzazione sociale come “devi prendere bei voti, devi essere sportivo, devi essere bello” che la società moderna impone, innescano in adolescenti e giovani adulti la paura del fallimento e soprattutto del giudizio che potrebbe derivarne. Sebbene questo non accada a tutti gli adolescenti e giovani adulti è tuttavia molto frequente in chi, come l’Hikikomori, sceglie di ritirarsi proprio perché non è in grado di attuare strategie di coping adeguate a gestire lo stress derivante dal confronto con l’altro.

I giovani Hikikomori tendono a rifiutare qualsiasi forma di contatto sociale, a chiudersi in casa e avere rapporti esclusivamente con i familiari più stretti. Nei casi più gravi, i ragazzi vivono reclusi per mesi o anni nella loro camera dove consumano i pasti e da cui non escono neanche per soddisfare i propri bisogni primari.

Il ritiro volontario dalla società influisce sul benessere generale dei ragazzi con una ricaduta negativa sulla possibilità di ottenere un'istruzione scolastica adeguata, sullo sviluppo di competenze emotive e il consolidamento delle capacità relazionali nonché sulla costruzione dell'autostima. Più nel dettaglio, vi sarebbe una fase iniziale in cui il ragazzo avverte il desiderio di isolamento sociale come conseguenza del malessere sperimentato quando si relaziona con altre persone.

Tuttavia, il motivo di questo malessere non è ancora del tutto chiaro al ragazzo; quello che percepisce fortemente e il sollievo provato nei momenti di solitudine. In questa prima fase ragazzo prova a contrastare il desiderio di isolamento sociale mantenendo le attività che implicano un contatto diretto con l'altro e con il mondo esterno, ma è anche possibile che il malessere esperito lo conduca a privilegiare relazioni virtuali. Si tratta, dunque, di ragazzi che manifestano un saltuario rifiuto di recarsi a scuola o sul posto di lavoro con un disinvestimento e un abbandono graduale delle attività extrascolastiche, quali lo sport, le attività ludiche o ricreative come gli scout, il teatro, la danza o la musica.

Al contrario, aumenta l'investimento in attività solitarie spesso legate alle nuove tecnologie o l'utilizzo eccessivo di videogiochi. Contemporaneamente, infine, potrebbe iniziare a verificarsi anche una graduale inversione del ritmo sonno veglia.

In una seconda fase il ragazzo inizia a ricollegare il desiderio di isolamento alle specifiche situazioni sociali che vive ogni giorno. Abbandona gradualmente quindi la scuola, inizia a rifiutare tutte le uscite con gli amici e trascorre la quasi totalità del tempo nella sua stanza. 
Vi è un'inversione completa del ritmo sonno veglia, ossia tende a restare sveglio per gran parte della notte e a dormire durante il giorno e vengono mantenuti i rapporti sociali solo all'interno del nucleo familiare, sebbene siano caratterizzate da forte conflittualità. I rapporti con l'esterno restano esclusivamente quelli tramite Internet, chat, forum o giochi online.

Nella terza e ultima fase, il ragazzo si allontana definitivamente anche dalla famiglia e dalle relazioni sociali intercorse su Internet, finendo per isolarsi completamente. Anche le relazioni costruite in rete diventano per lui fonte di malessere in maniera paragonabile a quanto accade nelle relazioni sociali dirette. Questo isolamento totale espone in maniera vertiginosa il ragazzo a rischio di manifestare gravi disturbi psicopatologici e, in particolare, disturbi dell'umore o disturbi psicotici. In questa fase, infatti, vi è spesso un'alterazione della percezione del tempo e della realtà che si accompagna a un elevato rischio di comportamenti autolesionistici e pensieri suicidari. Questi ultimi sarebbero collegati agli all'incapacità di uscire, all'isolamento sociale e alla sensazione di irreversibilità della propria condizione. Tale percezione potrebbe inoltre associarsi all'aumento dei livelli di frustrazione con conseguente rischio di aggressività diretta non solo contro se stesso ma anche nei riguardi di genitori e fratelli.

Come si interviene con gli Hikikomori?

La terapia individuale e familiare, la psicoeducazione, eventualmente la farmacoterapia quando necessaria, possono essere le soluzioni standard da mettere in atto con i ragazzi e con le loro famiglie. Ma volte può risultare difficoltoso, in un primo momento entrare in relazione con il ragazzo.
Per questo il protocollo che utilizzo è legato ad un modello che prevede:
  1. Interventi domiciliari a casa e sul territorio individuali con il ragazzo, con una presenza intensiva (una o due volte a settimana) volti in primis andare incontro (letteralmente) a questi ragazzi e ragazze, alla loro sofferenza e alle loro famiglie, costruendo un intervento terapeutico efficace e completo basato su una buona relazione terapeutica;
  2. Interventi in studio o sempre domiciliari, tramite una terapia familiare, o un percorso di sostegno ai genitori.
  3. Eventuale terapia di gruppo per condividere stati d’animo, difficoltà e risoluzione dei problemi.
A ciò si aggiunge un lavoro in rete con tutti gli altri professionisti coinvolti.
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Monica Sirotti Psicologa